menu top

Arte e Storia


Vai alla pagina <<   123 – 4 – 5  >>


La Chiesa di Campeggio (32,8 Km)

Monte Canda, Passo Raticosa, al centro, Monte Rocca.

Adagiata a mezza costa alla sinistra del corso superiore dell’Idice, là dove la vallata appenninica si apre a ventaglio, offrendo l’inconsueto panorama di un tinteggiato tutto verde e rotto appena da eleganti tornanti, sorge Campeggio, Parrocchia e Santuario Mariano. Già citata nell’elenco delle chiese del ‘300, ha come patrono S. Prospero. L’attuale edificio fu completamente ristrutturato nel 1884-1888, mentre il campanile risale alla fine del XVIII secolo; all’interno e all’esterno sono presenti delle statue di N. De’ Carli. All’interno la riproduzione della grotta di Lourdes voluta da Don Augusto Bonafè nel 1923. Il terremoto che colpì con particolare violenza il territorio di Monghidoro nel 2003 non risparmiò la chiesa di Campeggio: grazie ad un attento intervento di recupero e di messa in sicurezza oggi la chiesa, con la sua armonica facciata che si apre sull’alta valle dell’Idice, è tornata ad essere un nodo della vita spirituale della montagna.
“La Piccola Lourdes Bolognese”

La Chiesa di Campeggio

cameggio


Santuario della Madonna dei Boschi (26,1 Km)

Edificato nel 1685 dai fratelli Giovanni e Simone Prosperi. All’interno tra le molte opere si notano in particolar modo l’immagine della Madonna di S. Luca (ritenuta miracolosa) e due statue raffiguranti i santi Pietro e Paolo scolpite nel 1785 dall’artista bolognese Antonio Gambarini (seconda metà del sec. XVIII-1787); l’organo della chiesa, rimesso in funzione nel 2002 da Gastone Mezzaroba grazie ai finanziamenti pervenuti dall’Amministrazione Comunale, dalla parrocchia di San Prospero e dalla Fondazione Carisbo, esalta con la sua ricca sonorità l’acustica mirabile del caratteristico Santuario, posto in posizione dominante sul crinale.

Santuario Madonna dei Boschi

santuario-dei-boschi


Chiesa Sant’Andrea Valle di Sàvena (22,2 Km)

Citata in un documento del 1315, fu rifatta nell’800 interamente a sasso a vista. Seppur ben poco abbia conservato dell’edificio originario (è stato invertito lo stesso orientamento della costruzione) è comunque una delle chiese più caratteristiche del territorio, meta frequente di gruppi religiosi. 

Chiesa Sant’Andrea Valle di Sàvena

Chiesa S.Andrea


Parco Regionale dell’Abbazia di Monteveglio (52,5 Km)

il Parco Regionale dell’Abbazia di Monteveglio, area protetta che, dal 1995, custodisce l’intero territorio che insiste attorno all’antica Pieve di Santa Maria .

Il parco dell’abbazia si estende per circa 1100 ha, sulla sinistra idrografica dei torrenti Samoggia e Ghiaia e include le prime colline che si alzano a sud e a ovest di Monteveglio: il colle di Monteveglio alto, con il borgo medievale e l’abbazia, i rilievi dei monti Morello, Gennaro, Freddo. Si tratta di un territorio che, pur non presentando emergenze naturalistiche di grande rilievo, offre numerose opportunità di studio in campo ambientale, paesaggistico e storico-architettonico, e significativi spunti di osservazione sull’evolversi del rapporto uomo-natura e gli effetti che l’attività umana ha da sempre esercitato sul territorio e sul paesaggio.

Il toponimo Monteveglio deriva dal latino Mons Belli, Mons Bellus o Mons Bellius ossia, monte della guerra poiche su questi colli i romani, prima del loro stanziamento, affrontarono una dura battaglia contro i Galli Boi.
Fu solo l’inizio di una serie di avvicendamenti storici che le valsero la nomea di “memoranda nei secoli”, attribuita dal monaco cantore delle gesta di Matilde di Canossa.
L’episodio più calzante, datato 1092, si riferisce all’imponente assedio dell’esercito di Enrico IV nella cornice delle lotte per le investiture fra papato e impero. Il castello di Monteveglio, allora feudo della Granduchessa, resistette per quattro lunghi mesi, uscendo vittorioso dopo la ritirata delle armate imperiali. Scomparsa Matilde, il borgo divenne libero comune e prese parte su entrambi i fronti all’interminabile contesa tra Modena e Bologna.
La vocazione di fortificazione connotò sempre questo lembo di terra che ricorda anche lo sventato tentativo d’invasione della potente armata di Carlo V nel 1527: qui la leggenda narra che Monteveglio venne salvata da un’improvvisa tempesta di neve che disperse miracolosamente i feroci assedianti (in ricordo ogni anno si tiene una processione votiva).
All’ interno del piccolo borgo oltre all’ Abbazia si possono ammirare altri edifici di rilevanza storica come il settecentesco edificio della compagnia di Santa Maria della Rondine e, più avanti, l’Oratorio di San Rocco (del 1631) e storiche costruzioni con archi ogivali e inclusioni di epoca romana. Domina la sommità del colle il complesso abbaziale: la pieve, eretta attorno all’anno Mille per volere di Matilde di Canossa, e la Chiesa di Santa Maria dell’Assunta, con la sua cripta antichissima e lo splendido chiostro quattrocentesco del monastero.

Parco Regionale – Abazzia Monteveglio

IL-PARCO-REGIONALE
PARCO-REGIONALE


Torre dei Lupari (1,5 Km)

Si tratta di un significativo esempio di casa-torre che si fa risalire alla fine del XIV secolo, opera dei maestri comacini; tuttavia Luigi Fantini ipotizzava che potesse essere un fortilizio risalente al XIII secolo e che la bertesca sulla porta di accesso fosse un elemento funzionale alla difesa in un edificio abitativo o adibito all’alloggio periodico di signori locali. 
Fu probabilmente la famiglia Lupari, oggi estinta, a costruire il fabbricato quattrocentesco dotato di portico e loggiato superiore. Di questa addizione, la parte che presenta il loggiato, collegata direttamente alla torre e caratterizzata da colonne piuttosto tozze con capitelli a foglie uncinate, sarebbe dell’inizio del XV secolo, mentre l’ala del portico sorretto da colonne ottagonali e capitelli più elaborati è probabilmente della fine dello stesso secolo. 
All’interno della torre si sviluppa una scala a chiocciola, che ha un parallelo nella rocca di Brisighella, alla quale si accede attraverso una torricella cilindrica. La struttura subì numerosi danni durante la Seconda Guerra Mondiale, pertanto alcune parti furono in seguito ricostruite, pur perdendo completamente l’oratorio della prima metà del XIX secolo. 
Nel cortile si trova una fontana, il cui mascherone marmoreo presenta un’iscrizione (COMMODITATI - PVBLICAE / PRECARIO) che significa probabilmente che l’utilizzo della fonte era un beneficio concesso al popolo gratuitamente, ma con possibilità di revoca.

L’edificio è di proprietà privata, può essere fruito solamente dall’esterno.

Lupari


Il Castello di Zena (8,8 Km)

Il castello di Zena nasce come borgo fortificato, in un settore appenninico e decentrato dei possedimenti matildici che si espandevano in un’area geografica compresa tra la Toscana e le province di Reggio e Piacenza . La politica di mediazione nella complessa questione della lotta delle investiture (a tutti è noto l’evento svoltosi al castello matildico di Canossa alla presenza, tra l’altro, del potente abate Ugo di Cluny) portò la Contessa ad intrattenere rapporti sia con la Chiesa che con l’Impero (vale la pena di ricordare che a Bologna era Vicaria imperiale).
Tutto ciò per dire che anche il distretto appenninico compreso tra le valli del Savena, dello Zena e dell’Idice, pur con un ruolo minoritario rispetto alle città padane, fece parte di un sistema che necessitava di luoghi fortificati, atti all’offesa ed alla difesa: una rocca, secondo alcuni Autori, posta sulla sommità del Monte delle Formiche, la Torre dell’Erede (o della Rete), il Castello di Zena, la Corte di Scanello disegnano una topografia militare significativa, anche alla luce del passo appenninico della Raticosa. Gli studi, riguardanti l’area sopra indicata nei primi secoli di questo millennio, sono veramente pochi e scarsamente documentati, tranne alcuni grandi repertori, come il Calindri che risale al 1783 ed al Fantini che procede però per sintesi.
Qualche notizia in più si ricava da fonti ecclesiastiche, la data del 1078, anno della cessione dei beni matildici al Vescovo di Pisa Landolfo, riguarda un vasto distretto che va dalla corte di Scanello, al Cstello di Zena, fino al Monte delle Formiche.
Il complesso denominato Castello di Zena è composto da un insieme di edifici di varie epoche in cui nonostante lo stato di degrado, si può distinguere una parte monumentale ed una che sembra accessoria. Si pensa che questa sistemazione risalga all’ultimo intervento anteguerra, effettuato dalla marchesa Maria Sassoli dè Bianchi. Il Castello sorge ai piedi del Monte delle Formiche sopra un rialzo di banchi arenaria, rivestito di boscaglie di quercia. Vi si accede da una strada vicinale nella prima parte, privata nella seconda che, con un giro di 360°, porta al giardino alberato antistante gli edifici, sia quelli monumentali sia quelli accessori. Non si tratta dell’accesso antico; questo utilizzava il viottolo denominato San Giustina che, prima di condurre alla chiesa di S. Cristina oggi distrutta, piega verso un sentiero che si snoda ai piedi di un muro di cinta del Castello e porta ad un diverso ingresso. La strada vicinale che prosegue fuori dai confini della proprietà costituisce un antico percorso che raggiunge il Monte delle Formiche passando per la Torre dell’Erede. Appare chiaro come queste strutture fossero parte di un unico sistema difensivo, direttamente collegato mediante un via interna che passava tra campi, boschi ed incolto.

Il castello della Val di Zena

La fanciulla di Zena

A meta’ tra leggenda e realta’ la storia della fanciulla di Zena, altrimenti detta Zenobia, ha ispirato un romanzo del 1846 di Raffaele Garagnani (quest’ultimo pare che avesse preso ispirazione dalle parole di una lapide presente nel cimitero dell’Oratorio di Santa Cristina) e alimentato numerose commedie e rappresentazioni teatrali.
Zenobia era una nobile fanciulla figlia del Castellano del Castello di Zena, che promessa sposa ad una persona che non gradiva si tolse la vita lanciandosi da una rupe a ridosso del castello. La leggenda vuole che la torre del Castello da cui si lancio’ in particolari date assume un colore rosso sangue.

torre


La torre dell’Erede

A pochi km dal castello di Zena, sorge la bella “Torre dell’Erede”, o della Rete, con inglobate nella muratura esterna figure in pietra di esseri umani ed animali. Probabilmente costruita nel XIV sec. fungeva da vedetta del Castello stesso.


Borgo di San Pietro (29,0 Km)

Incantevole è la visita al borgo di San Pietro, un poggio a circa 150 mt di altitudine. Qui sorgeva un castello, uno degli anelli nella catena di fortilizi che furono eretti a difesa della Via Emlia. Ora, dell’antico castello, rimane solo la torre d’accesso (1175-76) recentemente ristrutturata. 
Il primo documento rinvenuto sul castello risale al 1099 ed è relativo ad un atto di donazione. Il castello di Uggiano fu assaltato e incendiato dalle truppe dell’imperatore Federico Barbarossa. Nel 1360 venne quindi attaccato dai mercenari del duca Bernabò Visconti e nel 1420 da quelli papali di Braccio di Fortebraccio da Montone.
Ai piedi della torre è stato recentemente inaugurato un piccolo giardino archeologico ben descritto, anche per i bambini, da pannelli didattici per far conoscere la storia del borgo.
Sono state erette porzioni di muratura, con telaio ligneo, sulle murature emerse dallo scavo archeologico.

All’interno delle mura del castello sorgevano due chiese, una dedicata a S. Lorenzo e l’altra a S. Pietro. Solo quest’ultima esiste ancora e custodisce alcune opere antiche. La facciata, originariamente semplicissima, con una sola lunetta sopra la porta, fu disegnata nel 1929 dal Collamarini che l’arricchì di nicchie e di un timpano nella parte superiore. 
Proseguendo per la strada che costeggia la chiesa, si arriva alle Armi, con le sue meravigliose fontane romane. La più pregevole delle fontane è composta da una vasca ovale di raccolta e da una nicchia con calotta in mattoni. La fontana attinge l’acqua da un’altra posta poco più a monte, che conserva una lapide datata 1565. 

castello
fontana
muratura


Settefonti (27,5 Km)

Il paesino di Settefonti rimane in provincia di Bologna, perso tra le colline e il silenzio….. Un tempo, un’enorme castello dominava la vallata, costruito in epoca remota su quella che era un’antica strada che portava in Toscana. Questo castello fu probabilmente costruito dai Canossa , le sue origini però sono incerte, i documenti dicono che alla fine del Duecento Bologna lo fortificò; in seguito la popolazione incominciò a diminuire inspiegabilmente fino all’abbandono del castello. Questa fortezza, situata sulla cima di un precipizio, aveva una sola entrata ed era circondata da grosse mura. Ghirardacci, nel tardo cinquecento, scrisse delle note in cui riportava la notizia che allora esistevano già delle rovine del castello che era stato abbandonato nel secolo precedente. In seguito, su queste rovine fu costruita nel ‘600 la chiesa di S.M. Assunta che fu poi parzialmente distrutta durante la seconda guerra mondiale. Attualmente sono stati fatti dei lavori di restauro alla facciata della chiesa, i quali hanno riportato alla luce un muro costruito con blocchi di selenite che facevano parte dell’antica chiesa del castello di epoca romanica.
Settefonti, anticamente ” Stifonte “, prende il suo nome da sette miracolose fonti che sgorgavano nei boschi di questa zona. Secondo la leggenda avevano poteri diversi, dalla guarigione fino alla vita eterna.
Beata Lucia da Settefonti vergine camaldolese Tra i calanchi del nostro paesaggio collinare ce n’è uno ancora percorribile lungo il suo crinale: quello detto della Badessa .

Sette fonti

le-settefonti

La leggenda della Beata Lucia da Settefonti:

Beata Lucia da Settefonti vergine camaldolese. Tra i calanchi del nostro paesaggio collinare ce n’è uno ancora percorribile lungo il suo crinale: quello detto della Badessa . Intorno a questo percorso è fiorita la gentile leggenda della Beata Lucia da Settefonti. Attorno al 1100, Bologna vive una vita cittadina continuamente turbata dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini. In questo clima politico, nell’antica famiglia Chiari, viene alla luce una bambina, alla quale la madre impartì un’educazione religiosa e, con gli anni, divenuta una splendida ragazza, matura il desiderio di dedicare la vita alla preghiera, scegliendo di vivere nel monastero Camaldolese di Stifonti, fondato nel 1097. Tale monastero, dedicato a Santa Cristina, sorgeva vicino all’attuale pieve di Pastino, a ridosso del lungo crinale tra i calanchi. La giovane prese i voti nella chiesa bolognese di Santo Stefano, scegliendo il nome di Lucia. Divenne badessa, alla morte di Matilde fondatrice del convento, ma la fama della sua bellezza raggiunse il circondario e la voce giunse anche alle tante guarnigioni che presidiavano il territorio di Uggiano. Tra i militi vi era un soldato di ventura, il nobile bolognese conte e cavalier Diotagora Fava, conosciuto come Rolando; egli si era fatto trasferire proprio nella guarnigione di San Pietro per poter rivedere Lucia, che aveva incontrato in una chiesa di Bologna, quando non aveva ancora preso i voti. Il bel cavaliere percorreva a cavallo ogni mattina il sentiero sui calanchi, per recarsi alla chiesa del convento, ma mai una parola fu detta tra loro. Lucia si era accorta di questa costante presenza e presto si trovò a combattere il turbamento con assidue preghiere, veglie e penitenze che minarono presto la sua salute. Cadde ammalata, ma lui non cessò le sue visite mattutine. Una volta guarita, cercò invano di resistere a non scendere più in chiesa, ma un giorno decise di parlargli, con la complicità di una suora. Si parlarono, lui aprì il suo cuore e anche Lucia lo fece: gli disse di amarlo, ma di essere risoluta nella sua dedizione alla vita monastica e lo invitò a non tornare più. Si lasciarono, con la promessa del cavaliere di partire crociato per la Terrasanta. Così fece, mentre Lucia, minata dalla malattia, si spense santamente. Il cavaliere durante le Crociate fu ferito e rinchiuso in una cella dove una notte, in preda alla febbre, vide Lucia che gli tendeva la mano e, come in sogno, lo trasportava nella foresta di Stifonti nei pressi del Monastero. In cambio di questa grazia, secondo il messaggio della Beata, il cavaliere avrebbe dovuto lasciare i ferri con cui era legato in prigionia sulla tomba di lei. Il cavaliere risvegliatosi veramente nella foresta di Stifonti, s’incamminò verso il convento , s’inginocchiò davanti alla tomba dell’amata, si tolse i ferri e pianse. In quel momento le sette fonti di acqua cristallina, che si erano seccate alla morte di Lucia, ripresero a zampillare copiosamente. Questo fatto fu raccontato per la prima volta dal cavaliere redivivo e subito Lucia fu venerata come santa dalla gente, la Chiesa però non lo ritenne verosimile e ignorò la cosa. Intanto, dopo la morte di Lucia (1157), il convento, continuamente preso di mira dai briganti, data la sua posizione isolata, fu trasferito a S. Andrea di Ozzano, sulle pendici del monte Arligo, dove sorgeva un altro monastero camaldolese, poi, a metà del Duecento, dentro le mura di Bologna nel convento di S. Cristina della Fondazza, tuttora esistente. Solo nel 1508 la Chiesa riconobbe ufficialmente il fatto accaduto tre secoli prima e proclamò Lucia beata. Le reliquie della Santa rimasero qui fino al 7 novembre 1573 quando il Cardinale Paleotti le traslò di nuovo nella chiesa di S.Andrea di Ozzano. Pio VI nel 1779 ne confermò il culto e ne fissò la memoria al 7 novembre. I Camaldolesi la venerano come fondatrice del ramo femminile dell’ordine. Oggi il monastero non esiste più, essendo stato demolito nel 1769; a indicare l’originaria posizione sulla collina vi è solo un pilastrino, dono della famiglia Fava. Anche le sette fonti si sono prosciugate col tempo, l’ultima che era rimasta è stata interrata anni fa dal proprietario, stanco del via vai della gente che si andava a bagnare sperando in un miracolo. Nella chiesa di S. Andrea, dove il corpo di Lucia fu trasportato nel 1573, un paio di ceppi pendono dall’altare, e da quel tempo lontano, lo stretto calanco che il giovane cavaliere era solito percorrere, prese il nome di Passo della Badessa .


Vai alla pagina <<   123 – 4 – 5   >>  Torna su ↑


10 Eccellente, Valutazione ottenuta da 295 recensioni

“ carina ”

Marco Mariani