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Natura

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Parco dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell’Abbadessa (7 Km)

Il Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi dell’Abbadessa si sviluppa sulle prime pendici della collina bolognese e comprende territori dei comuni di Bologna, San Lazzaro di Savena, Ozzano dell’Emilia e Pianoro, ad altitudini comprese fra 70 e 400 m s.l.m., intorno a importanti affioramenti gessosi che hanno dato vita a un complesso carsico di notevole interesse. Doline, calanchi, altopiani, valli cieche e rupi rocciose modellano in maniera suggestiva il territorio lungo una fascia che, sviluppandosi in modo discontinuo trasversalmente alle valli, culmina verso est nella imponente Vena del Gesso romagnola (anch’essa parte del sistema delle aree protette regionali). Il parco abbraccia inoltre i Calanchi dell’Abbadessa, una spettacolare formazione che imprime al paesaggio un aspetto di severa bellezza.
L’estrema vicinanza a Bologna e a numerosi centri abitati della pianura rende ancora più preziosa l’esistenza dell’area protetta. Le varie emergenze naturali, paesaggistiche e storiche sono agevolmente raggiungibili dalle strade di fondovalle che attraversano il parco e da molti punti della via Emilia, tra San Lazzaro di Savena e Ozzano.Il Savena segna per un lungo tratto il confine occidentale dell’area protetta, che a est si spinge sino al torrente Quaderna; nella sua parte centrale è situata la confluenza fra Zena e Idice. Il parco racchiude vasti affioramenti gessosi con splendide morfologie carsiche e, nel settore più orientale, i suggestivi calanchi del Passo della Badessa.Nonostante l’estrema vicinanza all’area urbana bolognese, grazie al suo microclima ed ai differenti habitat, il parco ospita numerose specie animali tra cui il lupo (alcuni esemplari documentati dal bollettino dell’ente parco).

-Parco dei Gessi

Parco dei Gessi Bolognesi – Storia

L’esistenza di comunità dedite alla caccia e alla raccolta nella zona è documentata fin dal Paleolitico, e nuclei dell’età del Bronzo, di straordinario interesse, sono stati individuati alla Croara, al Farneto, nella Grotta Calindri e a Castel de’ Britti. Il successivo prevalere dell’economia agricola favorì la concentrazione degli abitati nella pianura. Dove il torrente Quaderna incrocia la via Emilia, appena fuori del parco, si estendeva la città romana di Claterna, una delle poche in regione a non avere avuto continuità abitativa dall’antichità ai nostri giorni.
Di origine quasi certamente etrusca, si sviluppò durante l’età repubblicana e soprattutto augustea, quando era circondata da una corona di ville suburbane; i bei pavimenti in mosaico rinvenuti durante gli scavi sono oggi conservati al Museo Civico Archeologico di Bologna (tutta l’area è privata e l’accesso non è consentito). Proprio a partire da Claterna il console Caio Flaminio, nel 187 a.C., aprì una strada, la “Flaminia Minor”, che giungeva fino ad Arezzo, probabilmente passando da Settefonti e poi lungo il crinale tra Idice e Sillaro. Durante il Medioevo tutto il territorio era caratterizzato da piccoli centri abitati sparsi sui rilievi, in genere fortificati e riuniti intorno a un castello o a una pieve. S. Pietro di Ozzano, ad esempio, uno dei fortilizi a difesa della via Emilia, ebbe origine dagli abitanti di Claterna che, dopo la distruzione della città nel V secolo, si rifugiarono sulla vicina collina. Poco oltre si incontra la Pieve di Pastino, che esisteva già nell’XI secolo; decaduta nel XV secolo e sopravvissuta solo come oratorio, fu poi trasformata in abitazione civile.

Parco-dei-Gessi


Al gesso si è fatto ricorso fin dalla preistoria, come documentano le tracce di estrazione e lavorazione della Grotta Calindri, e poi in epoca romana per uso edilizio: di selenite erano numerosi edifici della Bononia romana e la prima cerchia muraria cittadina. A partire dal XIII secolo, si sviluppò l’uso del gesso cotto come materiale da presa e impasto per stucchi. Il territorio interessato dagli affioramenti gessosi cominciò a essere scavato sistematicamente per ricavare pietra da taglio, in parte poi soppiantata nell’uso dall’arenaria, ma soprattutto materiale per la cottura e la macinatura. Dalle numerose, piccole cave a gestione familiare si passò, alla fine del XIX secolo, a un’attività meccanizzata ed in seguito allo sfruttamento industriale, con un pesante impatto sull’ambiente. Molte grotte vennero distrutte oppure ne venne irrimediabilmente compromessa la stabilità, come nel caso della Grotta del Farneto, il cui recupero e riapertura risale al 2008.   
 
Parco dei gessi


La Grotta del Farneto (11,4 Km)

La Grotta del Farneto, celata nel cuore del Parco dei Gessi e Calanchi dell’Abbadessa con accesso dal Centro visita “Casa Fantini” in località Farneto, venne scoperta nel 1871 da Francesco Orsoni, il quale avviò le prime importanti ricerche archeologiche.
La grotta è celebre per alcune sepolture risalenti all’Età del Rame rinvenute dal grande speleologo bolognese Luigi Fantini negli anni ’60 in un riparo naturale creato da uno strato sporgente e oggi conservate presso il Museo della Preistoria “Luigi Donini” di San Lazzaro di Savena, il Museo Archeologico di Bologna e il Museo Archeologico Paleoambientale di Budrio.
  La grotta del Farneto è stata ufficialmente riaperta al pubblico, grazie ad un lungo intervento di recupero e messa in sicurezza, il 12 ottobre del 2008 La grotta, sviluppata per circa un km, è la parte terminale di un complesso sistema carsico che origina nella Valle cieca di Ronzana. La visita guidata si svolge in una parte oggi inattiva (“fossile”) e per una lunghezza di circa 200 m. Il livello di difficoltà è basso, è quindi solo necessario indossare calzature adatte ad una normale escursione, pantaloni lunghi e felpa.  La visita è adatta anche ai bambini a partire dai 4 anni. 

La grotta del farneto

farneto


La Grotta della Spipola (9,4 Km)

La Grotta della Spipola, costituisce una delle più importanti e spettacolari attrazioni del Parco dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa. Impiegata come rifugio nel corso dell’ultima guerra, la grotta è oggi consideratatra le maggiori cavità europee scavate nei gessi. Venne scoperta nel 1932 dal grande speleologo bolognese Luigi Fantini che si calò dal famoso “Buco del calzolaio”, costituisce meta di visite guidate. Si accede alla grotta dal fondo di via Benassi, dove c’è l’area di sosta La Palazza, alla  Ponticella di San Lazzaro di Savena. Alla grotta si accede da un ingresso artificiale costruito nel 1936 dal GBS (Gruppo speleologico bolognese) poco più in basso dell’ingresso naturale, detto Bus d’la Speppla o Buco del Calzolaio.
L’ingresso è posto sul fondo della dolina maggiore di tutto il complesso dei gessi bolognesi (oltre 700 metri di diametro): al suo interno trovano spazio doline minori e numerosi inghiottitoi (buche nel terreno) da cui si accede ad altrettante grotte, estesi boschi rivestono invece il fondo e i versanti più freschi, mentre prati coltivi e un rado bosco a roverella, interrotto dagli affioramenti, occupano le aree più assolate e i declivi.
Il percorso di circa 500 metri non presenta particolari pericoli e difficoltà. La visita permette di conoscere le morfologie carsiche sotterranee del Parco dei Gessi e dei Calanchi dell’Abbadessa accedendo a saloni, cunicoli, colate alabastrine, canali di volta e concludendosi con una tappa alla dolina interna.
La visita guidata alla Grotta della Spipola costituisce una vera esperienza speleologica. Avventurosa e adatta anche ai bambini con più di 7 anni, occorre però un abbigliamento adeguato che viene comunicato all’atto della prenotazione.

La Grotta della Spipola

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Le Grotte di San Cristoforo di Labante (41,8 Km)

Solamente una piccolissima parte del territorio della Provincia di Bologna è sede di fenomeni carsici e gli unici che sono effettivamente noti al grande pubblico, ampiamente studiati e documentati, sono quelli nei gessi messiniani, situati essenzialmente nella prima fascia collinare a corona di Bologna. 
Eppure a pochi chilometri dal Capoluogo, nel Comune di Castel d’Aiano, vi è un fenomeno carsico che, dal punto di vista strettamente scientifico, deve essere considerato ancora più importante dei “Gessi Bolognesi”, non fosse altro ce per la sua rarità.
Si tratta della più grande grotta primaria nei travertini d’Italia e forse una delle più grandi del mondo: la Grotta di Labante. Queste cavità naturali, infatti sono molto rare , e soprattutto, difficilmente superano i 4-5 metri di lunghezza. Le Grotte di Labante raggiungono addirittura i 51 metri con un dislivello di 12.
Sopra la grotta è presente anche una cascata naturale alimentata dalla stessa sorgente che ha dato origine alla formazione calcarea, e se viene osservata con il sole alle spalle, regala un arcobaleno molto suggestivo. Cunicoli e pertugi consentono di visitare le grotte di Labante, all’interno delle quali è possibile ammirare l’azione naturale dell’acqua che ha plasmato vegetali e cristalli di calcite dalle forme piu’ strane. 
La Grotta di Labante è situata al centro di un bellissimo parco adatto a escursioni sia a piedi sia in bicicletta.
Storicamente, risulta essere la prima cavità naturale del bolognese di cui si conservi memoria scritta.
Nel 2005 venne constatato che il pavimento del cunicolo, che collega le due entrate principali, era costituito da un accumulo di vari centimetri di spessore di ciottoli arrotondati, che si rilevarono essere una delle cose più rare che le grotte possano ospitare: le pisoliti, dette anche perle di grotta, poiche’ il loro modo di riprodursi è del tutto simile a quello delle perle all’interno dell’ostrica.
Si visita liberamente senza biglietto né prenotazione.

Le Grotte di San Cristoforo di Labante

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Parco Provinciale La Martina (27,8 Km)

Il Parco è stato realizzato dalla Provincia di Bologna nel 1972, su una superficie di circa 155 ettari di proprietà del comune di Monghidoro, a poca distanza dal Passo della Raticosa. Un tempo quest’area era caratterizzata da prati e seminativi e da boschi radi di querce, ma a partire dagli anni ’20 fu rimboschita con conifere quali il pino nero , il pino silvestre , l’ abete bianco e il cipresso di Lawson . La presenza di boschi, popolati anche da specie arboree non propriamente locali, rende l’habitat del Parco unico nella zona, ed inoltre rende il luogo sede privilegiata di piacevoli passeggiate. Anche la flora, collinare e medio-montana, risulta interessante soprattutto in primavera e all’inizio dell’estate. Lungo uno dei sentieri del parco si possono osservare i resti di un’antica miniera di rame, di cui si scorge ancora l’ingresso di una galleria. E’ stato segnalato un percorso didattico naturalistico che consente di osservare e riconoscere gli arbusti, gli alberi e gli ambienti naturali tipici della zona.

Parco Provinciale La Martina

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Sasso di San Zanobio (39,5 Km)

Il Sasso di San Zanobi (chiamato Sasso di San Zenobi in Romagna) è una formazione rocciosa che si trova al confine tra l’ Appennino tosco-romagnolo-emiliano nella valle del torrente Diaterna, a poca distanza dal “Passo della Raticosa” passo della Raticosa, in località Caburaccia, nel comune di Firenzuola FI). In questo luogo si trovava anche la chiesetta di San Zanobi, distrutta dal passaggio della guerra, segnata nel libro delle decime del 1299.
Il Sasso di San Zanobi è una roccia ofiolitica (dalle parole greche ofis, serpente, e lithos, roccia), per le striature verdastre e violacee che la percorrono, e si innalza vicino al luogo in cui sorgeva la chiesetta e dove nel Medioevo la famiglia Ubaldini possedeva una rocca. In questa zona si trovano due piccoli monti ferrigni, che non hanno molta affinità col vicino terreno cretaceo.
Non molto distanti dal Sasso di San Zanobi si trovano altre due ofioliti: il Sasso della Mantesca e il Sasso delle Macine.

La leggenda.

Nel IV secolo, il vescovo sant’Ambrogio di Milano si incontrò col vescovo di Firenze san Zanobi, vicino a Pietramala, dove quest’ultimo si era recato per la sua opera pastorale. In seguito a questo incontro, san Zanobi sentì raddoppiare le proprie forze ed ottenne nuove conversioni nella zona tra la Diaterna, Caburaccia e l’Idice.
Secondo la leggenda, il diavolo convocò allora un concilio infernale, per stabilire il modo di porre termine alle conversioni e propose a san Zanobi una scommessa, secondo la quale chi avesse portato dall’Idice fino alla cima della collina il più grosso macigno sarebbe stato il vincitore e avrebbe preso tutte le anime.San Zanobi si affidò a Dio e firmò questo patto. Il demonio raccolse un macigno e se lo mise sulle spalle con molta fatica e si incamminò, San Zanobi raccolse un macigno molto più grande sollevandolo con leggerezza e tenendolo sul dito mignolo e, superato il diavolo, lo posò nel luogo dove oggi si trova. Il demonio allora vedendo che aveva perso la scommessa andò su tutte le furie e gettò il suo macigno che andò in frantumi fra fuoco e fiamme (trattasi del Sasso della Mantesca, situato a non molta distanza dal Sasso di San Zanobi, nella vicina Valle del Sillaro).

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“Cortesia e gentilezza, la pizza una favola.”

Roberto.didomenico.75